Diario di un Vigile del Fuoco

La popolazione osserva l’operato dei vigili del fuoco quando escono dalla caserma. Durante l’intervento le squadre non appaiono mai lesinare sui materiali: le manichette (i tubi) vengono distese con generosità, le cassette degli attrezzi svuotate, i coltelli e le lame utilizzati come levarini se l’urgenza lo richiede ed i dischi delle moto-troncatrici consumati fino a strapparne l’anima.

La necessità del soccorso prevarica ogni logica di consumo dei materiali ed è bene così. Nessun capo reparto o turno si lamenterà mai che le lame degli scalpelli vanno affilate ogni giorno se le sue squadre portano a termine gli interventi con successo, o almeno ci provano con tutta la loro volontà. Terminato l’intervento e dopo aver messo in sicurezza definitivamente la situazione, il personale raccoglie le proprie cose e fa rientro in caserma dove ha inizio un nuovo lavoro: il ripristino del mezzo.

L’incontro tra una pratica zen e la condizione degli schiavi dei campi di cotone nell’ottocento in America, il codice 10 è un processo disumano ma fondamentale per l’operatività di ogni caserma. Ripristinare il mezzo nella sua condizione ottimale, nel più breve tempo possibile, disponendo di risorse estremamente limitate, richiede una serie di abilità che non sfigurerebbero in un contesto post-apocalittico.

Durante quel breve periodo si diventa fabbri, negoziatori, elettricisti, maratoneti, trasportatori, cercatori di tesori, scribi, magazzinieri, riparatori e molto altro. Lo scalpello da legno spuntato viene riaffilato in tempo di record, il cacciavite con il quale si è fatto leva per aprire un pozzetto di ispezione viene raddrizzato in morsa a rischio delle proprie falangi, le saracinesche e guaine dei divisori a tre vie 70/45 vengono riparate magari alla luce di un faro portatile, le Puma della squadra ripristinate (o sostituite, ricaricate, ritrovate, scambiate) mentre le batterie asciutte vengono messe in carica, il tutto contemporaneamente aggiornando i fogli di matricola, tutti i tubi vengono lavati fuori e dentro, ispezionati e nel caso riparati, asciugati, avvolti ed il carico viene rimesso nel mezzo secondo un ordine maniacale, affinché durante il prossimo intervento non si debbano mai cercare i materiali.

È un lavoro sincronizzato, preciso, fatto nell’urgenza e carenza di risorse da parte di individui stanchi, spesso esausti per la precedente uscita. Nessuno può aiutare la squadra a farlo, chi ha in carico il mezzo deve farlo da solo, non c’è personale disponibile cui delegare il compito e deve sapere cosa c’è e dove viene messo.

E se c’è un’altra partenza mentre si effettua il ripristino, via a correre verso il mezzo portandosi dietro ciò che si andava a sistemare. Il che, manco a dirlo, spesso produce situazioni tragicomiche, perché mentre si è in magazzino a recuperare attrezzi, due torce da sostituire, un badile e si sente chiamare la propria partenza per un principio di incendio, girandosi si vedrà la porta (improvvisamente pesantissima) invariabilmente chiusa.

In quel momento l’unica soluzione sarà aprire la porta con il naso, farci passare la testa, spingere con il piede (tenendo tutto in mano, mica si va in magazzino con il carrello della spesa) saltare fuori e correre per mezza caserma come forsennati fino al mezzo, salendo a bordo nello stesso momento in cui il lampeggiante si accende, il semaforo esterno si attiva, la sirena grida, per iniziare la vestizione senza un attimo di pausa.

Il capo girandosi verso di voi domanda, come se quello che si va ad affrontare fosse una cosa perfettamente normale e non un incendio: «Sei riuscito a prendere un altro merlino (una corda da lavoro di venti metri di lunghezza)?»

L’ho buttato nel mezzo, nel posto sbagliato perché era il più vicino. In compenso ho come collana la catena della motosega. Bene!

Guglielmo Alvise Speranza Keller

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