Mezzi obsoleti e carenza di personale

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Manca un pompiere su 10 , diceva l’articolo , e vero dopo aver passato le giornate anche al Comando per il corso di  volontario si è visto , sono pochi in alcuni casi se parte la prima partenza il supporto fatica ad esserci , un mezzo disastro , non parliamo poi dei mezzi che se  una APS va in riparazione bisogna trovare una prima partenza sostitutiva , magari chiederla a qualche distaccamento dei Volontari , purtroppo e cosi mancano le forze necessarie per garantire il servizio efficiente a Schio riescono a fare una sola partenza  . I concorsi si fanno ogni 10 anni e quelli che li stanno facendo ora a Roma hanno già 40-45 anni , pochi i giovani , meno motivati forse visto i sacrifici che compiono i Vigili del Fuoco , mancano anche le tute da intervento insomma una situazione difficile , per poi non parlare degli stipendi i turni massacranti di 12 ore che se tutto va bene ci possono anche stare , ma al momento di intervento in alcuni casi si aspetta il cambio per andare a casa . La situazione e quindi questa , nella sua drammaticità , lamentano inoltre che vengano dati fondi ai volontari della Protezione civile e dei Vigili del Fuoco , forse si la protezione civile , ma credo non sia del tutto vera sta cosa , sia ben chiaro non per polemizzare , non mi permetterei mai , forse le Regioni non sono in grado di capire l’importanza dei Vigili del Fuoco , ma per i vigili la loro missione continua sempre , anche in condizioni così disperate , perche la loro divisa è sempre la più amata

Domiamo le fiamme , doniamo il cuore

Piccola mia riflessione 

Comunque rimane il rammarico della mia esperienza di volontario , ho fatto domanda nel 2008 e dopo 10 anni mi hanno chiamato , ho fatto il corso e superato senza grosse difficoltà ma con l’impegno di uno che lavora in turno ed a ciclo continuo , e devo dire che il 4 novembre 2017 superato il corso e l’esame ,orgoglioso di essere entrato il questo corpo . Peccato sia ancora qui oggi ad aspettare la divisa , non solo quella d’intervento Nomex , ma quella standard . Ma aspetteremo fiduciosi perche credo in questo lavoro , come una missione , del resto e il mio sogno nel cassetto da quando ero piccolo .

Indossano la divisa più amata dagli italiani. Perchè loro, i vigili del fuoco, sono sempre pronti ad aiutare, pronti a rischiare per salvare una vita, una casa, un amico a quattro zampe. Non dicono mai di no, non rispondono male, stringono i denti e vanno avanti. Cristina Bonfanti

Diario di un Vigile del Fuoco

La popolazione osserva l’operato dei vigili del fuoco quando escono dalla caserma. Durante l’intervento le squadre non appaiono mai lesinare sui materiali: le manichette (i tubi) vengono distese con generosità, le cassette degli attrezzi svuotate, i coltelli e le lame utilizzati come levarini se l’urgenza lo richiede ed i dischi delle moto-troncatrici consumati fino a strapparne l’anima.

La necessità del soccorso prevarica ogni logica di consumo dei materiali ed è bene così. Nessun capo reparto o turno si lamenterà mai che le lame degli scalpelli vanno affilate ogni giorno se le sue squadre portano a termine gli interventi con successo, o almeno ci provano con tutta la loro volontà. Terminato l’intervento e dopo aver messo in sicurezza definitivamente la situazione, il personale raccoglie le proprie cose e fa rientro in caserma dove ha inizio un nuovo lavoro: il ripristino del mezzo.

L’incontro tra una pratica zen e la condizione degli schiavi dei campi di cotone nell’ottocento in America, il codice 10 è un processo disumano ma fondamentale per l’operatività di ogni caserma. Ripristinare il mezzo nella sua condizione ottimale, nel più breve tempo possibile, disponendo di risorse estremamente limitate, richiede una serie di abilità che non sfigurerebbero in un contesto post-apocalittico.

Durante quel breve periodo si diventa fabbri, negoziatori, elettricisti, maratoneti, trasportatori, cercatori di tesori, scribi, magazzinieri, riparatori e molto altro. Lo scalpello da legno spuntato viene riaffilato in tempo di record, il cacciavite con il quale si è fatto leva per aprire un pozzetto di ispezione viene raddrizzato in morsa a rischio delle proprie falangi, le saracinesche e guaine dei divisori a tre vie 70/45 vengono riparate magari alla luce di un faro portatile, le Puma della squadra ripristinate (o sostituite, ricaricate, ritrovate, scambiate) mentre le batterie asciutte vengono messe in carica, il tutto contemporaneamente aggiornando i fogli di matricola, tutti i tubi vengono lavati fuori e dentro, ispezionati e nel caso riparati, asciugati, avvolti ed il carico viene rimesso nel mezzo secondo un ordine maniacale, affinché durante il prossimo intervento non si debbano mai cercare i materiali.

È un lavoro sincronizzato, preciso, fatto nell’urgenza e carenza di risorse da parte di individui stanchi, spesso esausti per la precedente uscita. Nessuno può aiutare la squadra a farlo, chi ha in carico il mezzo deve farlo da solo, non c’è personale disponibile cui delegare il compito e deve sapere cosa c’è e dove viene messo.

E se c’è un’altra partenza mentre si effettua il ripristino, via a correre verso il mezzo portandosi dietro ciò che si andava a sistemare. Il che, manco a dirlo, spesso produce situazioni tragicomiche, perché mentre si è in magazzino a recuperare attrezzi, due torce da sostituire, un badile e si sente chiamare la propria partenza per un principio di incendio, girandosi si vedrà la porta (improvvisamente pesantissima) invariabilmente chiusa.

In quel momento l’unica soluzione sarà aprire la porta con il naso, farci passare la testa, spingere con il piede (tenendo tutto in mano, mica si va in magazzino con il carrello della spesa) saltare fuori e correre per mezza caserma come forsennati fino al mezzo, salendo a bordo nello stesso momento in cui il lampeggiante si accende, il semaforo esterno si attiva, la sirena grida, per iniziare la vestizione senza un attimo di pausa.

Il capo girandosi verso di voi domanda, come se quello che si va ad affrontare fosse una cosa perfettamente normale e non un incendio: «Sei riuscito a prendere un altro merlino (una corda da lavoro di venti metri di lunghezza)?»

L’ho buttato nel mezzo, nel posto sbagliato perché era il più vicino. In compenso ho come collana la catena della motosega. Bene!

Guglielmo Alvise Speranza Keller