Sopralluogo sul Rotolon

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Salire sulla zona Rossa del Rotolon e sempre molto utile sopratutto con l’obbiettivo di comprendere alcune cose che si sono susseguite negli anni , per conoscere quel delicato equilibrio tra uomo ed ambiente , qui l’uomo non ha potuto fare tanto se non sorvegliare per anni la rossa terra del Rotolon che scende di tanto in tanto , quando aumentano le pioggie e quel terreno diventa fango  , quel fango che se parte scenderà portando con se molti massi che cavalcheranno l’onda argillosa ed impermeabile che zuppa d’acqua porterà i massi a valle , le dimensioni di questo evento franoso non si sanno , oppure si ha una piccola idea di quello che potrebbe essere , certo che quando piove per diversi giorni salire per il sentiero delle mole e vedere acqua che esce dal fianco della montagna non è indice di sicurezza , poi capire se e peggio o meglio ci sia acqua anche questo è un bel dire , le case a rischio ci sono , gli abitanti dicono che il Rotolon è sempre stato li , e si è sempre mosso , ma il pericolo rimane , ed il pensiero in quelle notti di pioggia e rivolto in alto sul Rotolon.

Torrente Rotolon
Per il grave stato di dissesto idrogeologico del tronco superiore, la rapidità e la violenza delle piene legata soprattutto al notevole trasporto solido, il T. Rotolon è l’affluente più pericoloso dell’ Agno. Fin da epoca storica, infatti, al Rotolon sono legati i più importanti dissesti, talora distruttivi, che hanno colpito questa parte di territorio. Gli episodi di cui si hanno notizie si riferiscono ad eventi legati sia a movimenti franosi che ad episodi di piena (Miliani Luigi: “ Le piene dei fiumi veneti e i provvedimenti di difesa”, 1937‐1939); in particolare:

– 1784  ‐ movimenti franosi e notevole trasporto solido nel torrente con colmamento dell’alveo del T. Agno ed alluvionamento di alcune campagne della c.da Maltaure
– 1789 ‐ alcuni dissesti ed esondazioni
– 1794 ‐ movimenti franosi e notevole trasporto solido nel torrente con colmamento dell’alveo e distruzione della c.da Erceghi
– 1796 ‐ alcuni dissesti ed esondazioni
– 1798 ‐ caduta di una enorme frana con danni notevoli;
– 1882 ‐ grossa piena con distruzioni di ponti e grave pericolo per l’abitato di Recoaro;
– 1898 ‐ altra frana distruttiva, con tempo asciutto, con minaccia dell’abitato di Recoaro;
– 1929  ‐ enorme scoscendimento con materiale che investì la c.da Parlati e rialzò il letto del T.Agno di 6 metri.

A seguito di tali episodi venne realizzato nel periodo 1922  ‐  1937 un intervento di sistemazione idraulico‐forestale del bacino Rotolon: costruzione della briglia Menarini e di una serie di briglie minori; difesa di sponda radente a protezione dell’abitato di Maltaure; sistemazione del bacino del Rotolon con bonifica del versante sinistro (“Buse Scure”) mediante consolidamento e regolazione della parte alta del tronco fluviale con briglie, realizzazione di muri di sostegno, cunettoni, drenaggi ed opere di protezione
sui versanti, rinsaldamento mediante graticciati, inerbimento e rimboschimento del versante sinistro dell’alto Rotolon dalla loc. Piazze verso monte ed infine la cassa di espansione a monte dell’abitato di Parlati.

Cronistoria 

La storia del Rotolon, la grande frana rossa (roote-loon) così chiamata fin dai tempi della calata dei cosiddetti cimbri, sui monti dell’Alto Vicentino, affonda nella notte dei tempi. E’ una storia di spaventosi crolli, di esondazioni, di gravi danni di paure e di fughe della popolazione che viveva presso l’alto corso del torrente, se ne hanno le prime notizie nel 1779 quando dopo due annate eccezionali di siccità l’Agno travolse i ripari e alcune costruzioni tra cui quelli di contrada Asnicar. L’evento più terrificante si ebbe però l’8 novembre del 1789 quando la frana, staccatasi alle 8 di sera dalla destra idrografica presso le sorgenti a circa 1500 metri di quota, si abbatté con enorme fragore (udita fino a Valdagno) invadendo i pascoli, distruggendo mulini, una segheria, un maglio ed un ponte in pietra e danneggiando le contrade presso il corso del torrente, il cui letto si alzò di parecchi metri. La melma rossa ed i macigni guastarono le contrade, più tardi dalla massa melmosa, si videro affiorare i tronchi di antichissime conifere contenute negli strati dell’anisico ed anche blocchi di marmo pregiato più tardi utilizzati in loco.
A quasi un secolo dalla grande frana del 1789 di cui ancora si tramanda memoria, a seguito di piogge torrenziali si ebbero rispettivamente nell’autunno del 1881 in quello del 1882 nuovi imponenti crolli con grave minaccia sui terreni e sugli abitati dell’alto Agno. Alcuni edifici come l’Albergo alla Fortuna subirono ingenti danni come testimonia un semplice ma efficace cronista del tempo tale Bepi Santagiuliana soprannominato “Scapuzzo” di Parlati il quale registra che tra l’8 e il 10 ottobre del ’81 avendosi burrasca di neve sulle cime e pioggia a quota inferiore, il torrente esondò in più punti depositando terra rossa sopra i prati e le ghiaie e scavando e guastando quanto si trovava vicino al corso d’acqua. Ancora una grande scarica si ebbe nel gennaio del ’82 e poi il 27 aprile dello stesso anno, la colata rossa sorprese tutti per la sua velocità ma durò 2 ore soltanto. Il successivo 15 settembre fu travolto nottetempo anche il ponte detto del “podo”. Il mulino dei Parlati rimase interrato sotto la ghiaia fino a metà delle ruota; di seguito il detto cronista riportò che anche il 14 maggio del 1900 i disastri parvero ripetersi con le solite scariche del Rotolon specie quando dalle malghe di Raute si staccò una nuova frana che precipitò sulla vecchia slavina rossa. Altri episodi minori si susseguirono nel tempo fino al 1985 quando un nuovo imponente crollo costituito specialmente della solita mota rossa semiliquida che trasportava enormi massi fin sotto i ponti di recoaro, mise la valle in allarme. Gli alpini in armi di Bassano, di cui chi scrive allora coordinava l’intervento, assieme al compianto tenente Angelo Gelso, furono incaricati della vigilanza e rimasero sul posto una ventina di giorni attivando una rete radio tra il monte e le contrade per eventuali allarmi d’urgenza. La storia del Rotolon è anche storia di interventi dell’uomo e successive sistemazioni dell’area di frana. I primi grandi lavori si ebbero tra il 1903 e il 1905. Più avanti durante il Ventennio erano annualmente impiegati almeno 50 operai del luogo per le sistemazioni idrauliche e forestali e la costruzione delle nuove briglie sul torrente. Dopo gli anni ’60, gli interventi si diluirono sempre più e negli ultimi anni, a parte episodici interventi dei servizi forestali della Regione, la montagna rimane abbandonata. Ora la montagna è entrata nel lungo letargo invernale, ma rimane costantemente sotto l’occhio di sofisticati strumenti elettronici installati nei giorni scorsi e pronti a segnalarne ogni minimo sussulto.

di Bepi Magrin dal Giornale di Vicenza 20 dicembre 2010

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Classificazioni dei fuochi

Allo scopo informativo e didattico di chi si occupa di incendi e di spegnimenti , ma anche ai utenti cosiddetti inesperti o non del settore , anche se il corso antincendio viene ormai fatto in tutte le aziende , si vuole sensibilizzare le persone a parte delle problematiche inerenti all’incendio stesso , cose non sempre facili , per questo risulta sempre molto importante il fattore umano di chi e presente nella zona e può fornire un aiuto logistico ad comprendere cosa può esserci all’interno di un focolaio di incendio , come per esempio : bombole di gas , liquidi fortemente infiammabili , oppure condizione molto critica Metalli Puri .

E chiaro che questo opuscolo non serve per formare le persone ma per comprendere che tutti gli incendi non sono uguali.

LA CLASSIFICAZIONE DEI FUOCHI

Gli incendi vengono distinti in 5 classi, secondo le caratteristiche dei materiali combustibili, in accordo con la norma UNI EN 2:2005.

classe A Fuochi da materiali solidi generalmente di natura organica, la cui combustione avviene normalmente con formazione di braci.

classe B Fuochi da liquidi o da solidi liquefattibili

classe C Fuochi da gas

classe D Fuochi da metalli

classe F Fuochi che interessano mezzi di cottura (oli e grassi vegetali o animali) in apparecchi di cottura.

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Le originarie 4 classi sono diventate 5 con l’aggiornamento della norma UNI EN 2:2005 che ha introdotto la classe F. La norma UNI EN 2:2005 suddivide 5 classi di fuoco in relazione al tipo di combustibile. Non definisce una classe per i fuochi con un rischio dovuto all’elettricità. Questa classificazione è utile in modo particolare nel settore della lotta contro l’incendio mediante estintori. La classificazione degli incendi è tutt’altro che accademica, in quanto essa consente l’identificazione della classe di rischio d’incendio a cui corrisponde una precisa azione operativa antincendio ed un’opportuna scelta del tipo di estinguente. Non tutte le sostanze estinguenti possono essere impiegate indistintamente su tutti i tipi di incendio.

Classe A

Fuochi da materiali solidi legname carboni, carta, tessuti, trucioli, pelli, gomma e derivati la cui combustione genera braci

Classe A

La combustione può presentarsi in 2 forme:

  • combustione viva con fiamme
  • combustione lenta senza fiamme, ma con formazione di brace incandescente.

L’acqua, la schiuma e la polvere sono le sostanze estinguenti più comunemente utilizzate. In genere l’agente estinguente migliore è l’acqua, che agisce per raffreddamento.

Classe B

Fuochi da liquidi idrocarburi, benzine, alcoli, solventi, oli minerali, grassi, eteri

Classe B

Gli estinguenti più comunemente utilizzati sono costituiti da schiuma, polvere e CO2. L’agente estinguente migliore è la schiuma che agisce per soffocamento. È controindicato l’uso di acqua a getto pieno (può essere utilizzata acqua con getto frazionato o nebulizzato).

Classe C

Fuochi da gas metano, G.P.L., idrogeno, acetilene, butano, propano.

Classe C

L’intervento principale contro tali incendi è quello di bloccare il flusso di gas chiudendo la valvola di intercettazione o otturando la falla. Esiste il rischio di esplosione se un incendio di gas viene estinto prima di intercettare il gas. L’acqua è consigliata solo a getto frazionato o nebulizzato per raffreddare i tubi o le bombole coinvolte. Sono utilizzabili le polveri polivalenti. Il riferimento all’idoneità di un estintore all’uso contro fuochi da gas (classe C) è a discrezione del costruttore, ma si applica solo agli estintori a polvere che hanno ottenuto una valutazione di classe B o classe A e classe B (norma UNI EN 3-7:2008).

Classe D

Fuochi da metalli alluminio, magnesio, sodio, potassio

Classe D

Nessuno degli estinguenti normalmente utilizzati per gli incendi di classe A e B è idoneo per incendi di metalli che bruciano (alluminio, magnesio, potassio, sodio). In tali incendi occorre utilizzare delle polveri speciali ed operare con personale particolarmente addestrato. Sono particolarmente difficili da estinguere data la loro altissima temperatura. Nei fuochi coinvolgenti alluminio e magnesio si utilizza la polvere al cloruro di sodio. Gli altri agenti estinguenti (compresa l’acqua) sono da evitare in quanto possono causare reazioni con rilascio di gas tossici o esplosioni.

Classe F

Fuochi che interessano mezzi di cottura olio da cucina e grassi vegetali o animali

classe f

Recentemente introdotta dalla norma UNI EN 2:2005. È riferita ai fuochi di oli combustibili di natura vegetale e/o animale quali quelli usati nelle cucine, in apparecchi di cottura. La formula chimica degli oli minerali (idrocarburi fuochi di classe B) si distingue da quella degli oli vegetali e/o animali. Gli estinguenti per classe F spengono per azione chimica, effettuando una catalisi negativa per la reazione chimica di combustione. L’utilizzo di estintori a polvere e di estintori a CO2 contro fuochi di classe F è considerato pericoloso. Pertanto non devono essere sottoposti a prova secondo la norma europea UNI EN 37:2008 e non devono essere marcati con il pittogramma di classe “F”. Tutti gli estintori idonei per l’uso su fuochi di classe F devono essere conformi ai requisiti della prova dielettrica del punto 9 della norma UNI EN 3-7:2008.

Ex Classe E

La norma UNI EN 2:2005 non comprende i fuochi di “Impianti ed attrezzature elettriche sotto tensione” (vecchia classe E) in quanto, gli incendi di impianti ed attrezzature elettriche sono riconducibili alle classi A o B.

classe E

Gli estinguenti specifici per questi incendi sono le polveri dielettriche e la CO2, mentre non devono essere usati acqua e schiuma. Per stabilire se l’estintore può essere utilizzato su apparecchiature sotto tensione deve essere effettuata la prova dielettrica prevista dalla norma UNI EN 3-7:2008. Tale prova non è richiesta per gli estintori a CO2 in quanto l’anidride carbonica non è conduttrice di elettricità, ne è richiesta per quegli estintori per i quali non viene chiesto l’impiego per parti elettriche sotto tensione. Tutti gli estintori idonei per l’uso su fuochi di classe F devono essere conformi ai requisiti della prova dielettrica. Gli estintori portatili che non sono sottoposti a prova dielettrica, o non soddisfano tali requisiti, devono riportare la seguente avvertenza: “AVVERTENZA non utilizzare su apparecchiature elettriche sotto tensione” Gli estintori portatili che utilizzano altri agenti e gli estintori a base d’acqua conformi alla norma UNI EN 3-7:2008, devono riportare l’indicazione della loro idoneità all’uso su apparecchiature elettriche sotto tensione, per esempio: “adatto all’uso su apparecchiature elettriche sotto tensione fino a 1000 v ad una distanza di un metro”.

Linee guida per Ricerca Persona

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La ricerca di persone è sempre una cosa complessa , un spiegamento di forze a 360 gradi , tutti per un unico obbiettivo , dare una speranza alle persone che attendono notizie sui propri cari , le parole e le sterili polemiche non servono , arrivati in fondo si può solo dire “se” e “ma” …di fronte a questa unica vita , ma il soccorritore questo lo sa bene , qualunque sia la propria casacca o divisa che dir si voglia . “Un volontario dei vigili del fuoco “

OBIETTIVO DELLE LINEE GUIDA

Fornire le specifiche tecniche per la predisposizione di un documento di pianificazione
territoriale, finalizzato alla definizione dell’assetto organizzativo, dei ruoli operativi e delle attività connesse alle battute di ricerca.

LO SCENARIO PROVINCIALE E IL PIANO DI RICERCA

L’individuazione dello scenario e dei rischi insistenti sul territorio è fondamentale per
una corretta pianificazione degli interventi di previsione e di gestione delle ricerche dello scomparso.
La tipologia dei rischi possibili si desume dallo studio delle caratteristiche del territorio e dall’analisi dell’ambiente e delle attività antropiche, come pure dalla relazione con cui alcuni casi di scomparsa si sono manifestati nel passato e dalla loro frequenza.
A tale scopo, occorre che il documento dettagli con apposito Piano di ricerca i singoli
scenari di riferimento, secondo il seguente schema di massima:

a) scomparsa in montagna;
b) scomparsa in mare;
c) scomparsa in centro abitato;
d) scomparsa in località impervia o disabitata;
e) scomparsa in località lacustre o fiume.

Le Prefetture-UTG, sulla base dell’articolazione interna degli uffici stabilita dal Prefetto competente, dovranno individuare in base ai singoli scenari, specifiche procedure operative volte a favorire la costituzione e l’organizzazione di apposite unità di ricerca e a promuovere l’azione coordinata delle stesse da parte dei soggetti incaricati.

LE DIVERSE TIPOLOGIE DI SCOMPARSA

Gli scomparsi dovranno essere distinti a seconda dell’età, del sesso e della nazionalità (minorenni, maggiorenni, ultra 65enni), nonché della motivazione (allontanamento volontario, possibile vittima di reato, possibili disturbi psicologici, allontanamento da istituti/comunità, sottrazione da parte del coniuge o altro familiare). Per ogni categoria, in relazione alla motivazione della scomparsa (così come individuata all’atto della denuncia) dovrà essere prevista una specifica procedura di attivazione delle ricerche, salvo i casi in cui la scomparsa sia connessa alla commissione di un reato. In tale ultima ipotesi resta riservato all’Autorità Giudiziaria competente l’iniziativa di autorizzare specifiche attività di ricerca.

I SOGGETTI COINVOLTI A VARIO TITOLO E LE RELATIVE COMPETENZE A LIVELLO TERRITORIALE
Specificare il ruolo di ogni ente/organo coinvolto

– Il Prefetto e l’Ufficio Territoriale del Governo
– L’Autorità giudiziaria competente
– Le Forze di Polizia
– Il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco
– Il Sindaco
– La Polizia locale
– I Servizi Socio-assistenziali
– Il Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico
– Le Aziende Sanitarie Locali/La Centrale Operativa – “118”
– Le Associazioni di volontariato (quelle inserite negli appositi elenchi provinciali e quelle operanti anche su base regionale e/o nazionale, quali, ad esempio, l’Associazione “Penelope”, “Telefono Azzurro”, “Alzheimer Uniti”
– Il Sistema locale di Protezione Civile

LE FASI OPERATIVE: GESTIONE DEGLI INTERVENTI

1 Individuazione delle fasi operative

Il documento di pianificazione dovrà individuare preventivamente le risorse umane e strumentali da impiegare nelle battute di ricerca di una persona scomparsa. In tutti i casi, è auspicabile che per facilitare il supporto nelle fasi di ricerca la Prefettura stabilisca specifiche intese a carattere provinciale e/o regionale con le altre Istituzioni locali, come le ASL, i Comuni, le Autorità Portuali e Aeroportuali, nonché con le principali aziende pubbliche e private addette ai servizi infrastrutturali (es. aziende di trasporto pubblico, servizio taxi, società autostradali, società telefoniche, emittenti radiotelevisive, detentori di apparati di videosorveglianza, ecc.), con gli enti assistenziali e con le associazioni di volontariato.
Si riportano a titolo di esempio, le fasi essenziali correlate alle attività operative:

-ALLARME DI SCOMPARSA E FASE INFORMATIVA
-ATTIVAZIONE DEL PIANO DI RICERCA
-ATTIVAZIONE DELL’UNITA’ DI RICERCA
-PIANIFICAZIONE DELL’INTERVENTO
-GESTIONE DELL’INTERVENTO
-SOSPENSIONE O CHIUSURA DELLE RICERCHE
-RAPPORTO FINALE

2 Allarme di scomparsa

Le procedure di allertamento, “ALERTING SYSTEM”, dovranno essere pianificate preventivamente e preferibilmente informatizzate per garantire la trasmissione in tempi
rapidi delle informazioni verso tutti i soggetti coinvolti. In particolare, per mezzo di tale sistema dovranno essere diramati gli allertamenti verso gli operatori tenuti a partecipare alle attività di ricerca.

3 Fase informativa

E’ la fase che assume particolare rilevanza ai fini della tempestività degli interventi. Si ritiene che tale tempestività possa essere conseguita se la denuncia di scomparsa di una persona venga effettuata immediatamente per consentire all’operatore di polizia degli uffici-denunce di raccogliere le informazioni necessarie ad individuare esattamente la motivazione della scomparsa. Per arricchire ulteriormente questa fase di acquisizione informativa e dettagliare meglio la motivazione della scomparsa, sarà opportuno acquisire dal denunciante quante più notizie possibili sulle circostanze dell’evento, atteso che tutte le informazioni sono, comunque, determinanti per gestire in modo corretto gli interventi di ricerca.
Si potranno, comunque, determinare due situazioni:

1) Notizia qualificata: località definita, tempo di scomparsa definito. In questo caso,
saranno attivate le unità di ricerca, appositamente individuate a seconda dei vari
scenari, per lo svolgimento della fase operativa
2) Notizia non qualificata: località non definita, tempi e modalità della scomparsa
dubbi. In tal caso, la notizia sarà comunque tempestivamente trattata dalle Forze di
Polizia e saranno sempre e subito informate le centrali operative per gli opportuni
allertamenti.

4 Fase Operativa: attivazione del piano e delle unità di ricerca

Nel caso di notizia qualificata, espletata la prima fase informativa e, in particolare, quando la scomparsa sia riconducibile a persone, maggiorenni o minorenni, in pericolo di vita, dovrà essere attivato il piano di ricerca e allertate le apposite unità di ricerca. Sulla base degli scenari descritti dal piano di ricerca, potranno verificarsi le seguenti
situazioni:
L’area di presunta scomparsa è:
a) antropizzata, cioè con presenza di insediamenti abitativi e infrastrutturali;
b) non antropizzata, cioè non raggiungibile attraverso le normali vie di
comunicazione.

Nel primo caso, ove sussista l’esigenza di attuare il piano di ricerca, chi ha ricevuto la notizia della scomparsa, oltre all’assolvimento delle proprie specifiche incombenze, informerà immediatamente la Prefettura, che ricevuta la notizia attiverà tempestivamente, secondo la pianificazione prestabilita, le unità di ricerca. Tali unità dovranno affluire nel minor tempo possibile, sulla base dello specifico scenario, nel luogo indicato nella pianificazione provinciale. Anche nel secondo caso, chi ha ricevuto la notizia informerà immediatamente la Prefettura che, ricevuta la notizia, attiverà tempestivamente, nel caso specifico, il Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico. La competenza del CNSAS ad intervenire e a coordinare le diverse Organizzazioni/Enti e Associazioni di volontariato, in stretto collegamento con la Prefettura competente, sentito il Sindaco del Comune interessato, richiederà, eventualmente, il coinvolgimento di ulteriori forze da far concorrere alle operazioni di ricerca. In tutti i casi, il messaggio di allerta/attivazione delle Unità di ricerca conterrà le
informazioni più significative di descrizione dello scomparso, la sua fotografia recente, la data e il luogo della scomparsa.

5 Gestione dell’intervento

Il documento finale di pianificazione dovrà contenere la descrizione dei vari scenari e le modalità di intervento, sulla base di quanto ipotizzato nelle presenti linee guida. Allo scopo di disporre in tempo reale di tutte le notizie riferite all’andamento delle operazioni di ricerca, il responsabile dell’unità operativa terrà costanti contatti con la forza di Polizia individuata nel piano di ricerca e la Prefettura competente, per la valutazione dell’eventuale ricorso alle ulteriori specifiche ricerche.

6 Sospensione o chiusura delle ricerche

La chiusura delle ricerche, anche in caso di esito negativo, nonché l’eventuale sospensione temporanea delle stesse, verrà concordata tra le Forze di Polizia competenti, sentita la Prefettura. Di ciò verrà, comunque, informato il Sindaco del Comune territorialmente competente. Prima della sospensione definitiva o temporanea delle ricerche il coordinatore delle operazioni si accerterà dell’avvenuto rientro di tutte le squadre impegnate. La sospensione o temporanea chiusura delle ricerche è, altresì, disposta, nei casi in cui l’Autorità Giudiziaria salva la possibilità di ripresa delle ricerche stesse, in virtù di successivi accordi e disposizioni.

7 Rapporto finale

Alla chiusura delle operazioni di ricerca, qualunque sia stato l’esito delle stesse, si dovrà procedere ad una valutazione finale da svolgersi, con il concorso di tutti i rappresentanti degli enti che hanno avuto parte attiva nelle operazioni di ricerche, presso la Prefettura. Delle valutazioni svolte si darà atto in una sintetica relazione finale contenente in particolare gli eventuali suggerimenti migliorativi delle procedure operative.In tutte le ipotesi sopra descritte, il piano di ricerca dovrà dettagliare anche le modalità per favorire i collegamenti tra le Forze di Polizia e gli operatori degli Enti/Associazioni impiegati nelle battute di ricerca.

I RAPPORTI CON I FAMILIARI DEGLI SCOMPARSI

Fermo restando, ovviamente,  a partire dalla prima fase informativa è essenziale che gli operatori provvedano a supportare i familiari degli scomparsi, sia per fornire chiarimenti sugli sviluppi delle battute di ricerca che per assumere ulteriori e più approfondite informazioni sulla persona e sulle circostanze dell’evento. In alcuni casi , sarà opportuno individuare, all’interno della Prefettura, un referente in grado di fornire le possibili informazioni sulle battute di ricerca. Per quanto riguarda le forze di Polizia si rinvia alle disposizioni impartite dai rispettivi Organi di vertice e direttive del Capo della Polizia, nella sua qualità di Direttore Generale della Pubblica Sicurezza.
Per la sua rappresentatività a livello nazionale, l’Associazione “Penelope” costituisce
un punto di riferimento molto utile per il sostegno legale e psicologico ai familiari degli
scomparsi.

I RAPPORTI CON I MASS MEDIA

È possibile nominare un responsabile in rappresentanza della Prefettura. Per le Forze di Polizia, valgono le disposizioni emanate dai rispettivi Organi di vertice e quelle impartite dal Capo della Polizia quale Direttore Generale della Pubblica Sicurezza.

Una gestione attenta delle relazioni con i media, in caso di battute di ricerca, rende
necessario tenere presente che:

-i mass media sono utilizzati per appelli volti ad acquisire ulteriori
informazioni, ovvero per interessare una platea più vasta di cittadini;
-l’uso delle metodologie di comunicazione favorisce lo scambio informativo;
-l’uso di media specializzati agevola il flusso informativo.
È determinante, pertanto, organizzare adeguatamente la modalità di gestione del
volume e della qualità delle informazioni ricevute. A livello locale dovrà essere valutata la possibilità di avvalersi di appositi disciplinari per la gestione dei rapporti con i media, al fine di determinare i limiti e le modalità per soddisfare la richiesta di informazioni.

Il cuscino Vetter o Holmatro

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Questa foto è stata scattata a seguito dell’incidente ferroviario di Pioltello(presa dal Fatto Quotidiano). È evidente che è da poco accaduto il disastro,nella foto ho cerchiato in verde l’unico Vigile del Fuoco presente nell’immagine. Bene quello che all’apparenza sembra un registro o comunque un portadocumenti è in realtà un cuscino da sollevamento(vengono gonfiati con aria compressa e possono sollevare anche un’autovettura)…. ma un’altra cosa che a molti ovviamente sarà sfuggita è un altro particolare: l’elmetto…se ci fate caso è di colore grigio chiaro…. nei vigili del fuoco quel colore serve per identificare i funzionari,gli ufficiali di guardia,i comandanti o comunque i dirigenti.
Ovviamente non entro nel merito delle altre figure presenti nell’immagine,do per scontato che ognuno di loro in quel momento è impegnato a dare concretamente,per quanto di loro dovere,una mano in questa tragedia.
Quello che mi preme sottolineare è come in situazioni di emergenza ci muoviamo come una squadra unica al di là del grado e del ruolo, immagino che il caposquadra all’interno del treno abbia chiesto il cuscino gli altri erano impegnati e il funzionario sia andato sull’APS a prenderlo senza pensarci un attimo.
Ripeto a scanso di equivoci,non è un intento polemico e non voglio che lo diventi è semplicemente un motivo in più di orgoglio per il mio lavoro e per il concetto di squadra,i ruoli vengono rispettati ci mancherebbe però nel momento del bisogno ci muoviamo uniti con un unico obiettivo:portare soccorso.

Antonio Orlandi Vigile del Fuoco

Qui sotto altra immagine dopo l’incidente del deragliamento del treno a Pioltello Milano

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Cuscini Vetter o  Holmatro

I cuscini Vetter o  Holmatro , o semplicemente cuscino di sollevamento, sono un tipo di attrezzatura pneumatica in dotazione al Corpo Nazionale e vengono utilizzati negli interventi di sollevamento dei corpi ingombranti.
I cuscini sgonfi hanno uno spessore di circa 3 cm, misura che permette loro di venire inseriti facilmente sotto qualsiasi corpo; si presentano, quindi, come un sistema particolarmente adatto per la tecnica di sollevamento.
L’attrezzatura è costituita da una bombola di aria compressa a 200 atmosfere, un riduttore con relativi manometri, una centralina di comando, tubi di collegamento contraddistinti da diversi colori e dai cuscini veri e propri.
Quest’ultimi sono costituiti da uno strato esterno di neoprene resistente agli idrocarburi e da uno strato esterno di neoprene resistente agli idrocarburi e da uno interno, di laminette di acciaio, che li rende estremamente resistenti. Il materiale impiegato per la loro costruzione è a prova di taglio ed abrasione e presenta esternamente delle nervature antisdrucciolamento. Per azionare l’apparecchiatura è necessario eseguire le seguenti operazioni:
· montare il regolatore di pressione con gli annessi manometri, dopo aver accertato che
il volantino di regolazione sia completamente allentato, onde evitare di danneggiare i
manometri per il conseguente colpo d’ariete e la membrana di riduzione della pressione
che rimarrebbe sotto pressione
· aprire il volantino di erogazione della bombola e controllare la pressione dell’aria sul
relativo manometro
· collegare i tubi alla centralina e da questa ai cuscini
· regolare la pressione di esercizio a circa 8 atm
· agire sulle leve di comando della centralina che permettono il riempimento e lo
svuotamento dei cuscini.
Una volta che il cuscino ha acquisito la sua massima espansione, se l’altezza da raggiungere è maggiore, sarà necessario inserire degli spessori, per mantenere il corpo
sollevato. In seguito si sgonfierà il cuscino od i cuscini (in quanto essi possono essere anche utilizzati contemporaneamente uno sull’altro) e si inseriranno sotto di esso degli spessori prima di gonfiarlo nuovamente.

Manutenzione Canna Fumaria

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Viste le continue problematiche invernali sui camini che prendono fuoco con la conseguente uscita dei Vigili del Fuoco e i gravi danni causati dalle stesse , tutte le persone , famiglie che possiedono camini e stufe a legna , sono pregati di mantenere la loro canna fumaria in perfetta efficienza per poter scongiurare eventuali danni a persone e cose , con una tempestiva pulizia circa ogni 40 quintali di legna usata cioè almeno ogni stagione circa .

Per una costante sicurezza ed efficienza della canna fumaria, periodicamente, ad anni alterni, anche improvvisandosi spazzacamino, è opportuno pulirla e liberarla della fuliggine che si è formate lungo le parerti interne. La presenza di cattivi odori, un tiraggio inadeguato, la fuliggine che invade il pavimento del focolare rappresentano un chiaro segnale che è giunto il momento di pulire la canna fumaria. Una corretta e costante manutenzione della canna fumaria tiene lontano il rischio di incendio, ne allunga la durata e mantiene costante l’efficienza nel tempo.

Per chi non fosse capace o per motivi tecnici , oppure per problemi legati alla sicurezza del lavoro di pulizia esistono ditte ed artigiani , professionalmente preparati e in grado di eseguire il lavoro a regola d’arte , sporcando poco e in completa sicurezza .

Per chi è più preparato ed il camino  e più agevole può procedere con questo piccolo vademecum

Attrezzatura e materiali

Per la pulizia periodica della canna fumaria assicurarsi di avere a portata di mano: scovolo, asta ad innesti anche snodati, fune e bidone aspira cenere.

Pulire la canna fumaria

Sigillare completamente la bocca del camino per evitare che tutto l’ambiente possa sporcarsi a causa della fuoriuscita di detriti.

La pulizia può avvenire in due modi:

• dall’alto se è possibile salire sul tetto e accedere al comignolo;
• dal basso, se, non avendo la possibilità di salire sul tetto, si è costretti a effettuare la pulizia dalla bocca del camino.

L’ideale è dall’alto, e con l’aiuto di un’altra persona, il lavoro è più facile. Bisogna inserire lo scovolo nella canna fumaria dall’alto, ma prima è necessario appendere una corda che arriva parte inferiore applicandoci un peso di circa 2 kg, in modo che la persona che sta dalla parte della bocca possa prendere la corda. Chiudere la bocca del camino facendo rimanere solo lo spazio per far passare la corda, così che la fuliggine non cada sul pavimento. Poi con un movimento sincronizzato di tira e molla, tra la persona sul tetto e quella che si trova dalla parte della bocca del camino, ripulire la canna fumaria. Sarà pulita quando lo scovolo riuscirà a scendere perfettamente. L’operazione può non risultare agevole se la canna fumaria presenta degli ostacoli, quali gomiti o strozzature. In presenza di simili inconvenienti, non resta che riportare la spazzola di nuovo su, legare una seconda fune dal lato anteriore della stessa, lato che ospita il peso, e calare all’interno della canna la fune, reggendo la spazzola fino a che il capo della nuova fune non raggiunge la bocca del camino, dove si posiziona una seconda persona. Quindi si ripete l’operazione, lasciando scendere di nuovo la spazzola. Nel momento in cui la spazzola arresta la sua corsa spontanea, da parte della persona che si trova nelle prossimità della bocca del camino si prova a tirare lentamente la fune e quindi la spazzola, mentre la seconda persona che si trova in alto in prossimità del comignolo allenta lentamente la presa, evitando che la spazzola raggiunga di colpo la fine della corsa, ossia il pavimento del focolare.
Se costretti a fare la pulizia dal basso, usare uno scovolo con manico ad innesti, montandoli man mano che si sale con la spazzola e poi smontandoli man mano che scendete nella canna fumaria. L’operazione può essere praticata servendosi di un’eventuale apertura d’ispezione della canna od operando dalla bocca del camino, ma in questo caso bisogna fare i conti con la fuliggine che coinvolge l’ambiente.
Se la canna fumaria dovesse riguardare una stufa, questa va scollegata ed opportunamente tappata. Per la pulizia delle canne fumarie di stufe a pellet sono in commercio specifici kit

Buon Lavoro

Addestramento TPSS Spinale e Ragno

Come sempre nei giorni di addestramento si procede con argomenti sempre diversi e sempre importanti perche per noi nulla viene dato al caso ed l’addestramento mette sempre alla prova chi già sa fare queste cose e chi le sta imparando e allena tutti per un unico obbiettivo , salvare delle vite . Oggi oltre al normale TPSS che e già un malloppo non indifferente abbiamo usato la Spinale ed il ragno , non che imparato la tecnica per togliere il caso ad un motociclista. Voglio sottolineare che non tutti i volontari sono abilitati al TPSS e all’utilizzo di queste tecniche , per fare questo bisogna superare un corso di 36 ore al comando , non semplicemente un infarinatura di 8 ore . Ricordo inoltre che anche non far niente vuol dire di aver preso una decisione , e quindi aver preso una posizione , ed anche le conseguenze della decisione stessa , inoltre se sei abilitato lo devi fare semplicemente .

Questo che riporto e una sintesi di alcune cose tratte dalle dispense , per aggiungere qualche informazione in più , ma per essere abilitati ripeto ci vuole un corso di TPSS . Quindi questo materiale e solo a scopo informativo la dispensa ha 140 pagine .

Tavola spinale

Indicazioni d’uso : la tavola spinale e considerata un dispositivo temporaneo per la raccolta e il trasporto , avendo la possibilità con l’uso del ragno d’immobilizzare l’infortunato . E leggera e poco ingombrante e permette di fare radiografie senza spostare il traumatizzato , anche se non può essere usata per grandi spostamenti .

Posizionamento può avvenire in con la rotazione del ferito con sollevamento a ponte , oppure per scivolamento con estricatore .

Una volta appoggiato il ferito sulla spinale lo si blocca con le 4 cinghie in dotazione oppure con la serie di conghie chiamato ragno , suddividendo così il corpo in 5 parti che comportano lo spostamento del ferito sulla spinale , ovvero Testa : tramite il fermacapo per spinale , spalle con la prima cinghia , tronco con la seconda cinghia , bacino con la terza , gambe con la quarta ed infine piedi con la quinta , le bretelle vanno bloccate su appositi alloggi .

Il suggerimento principale e quello di bloccare per primi le spalle ed i piedi , per poi procedere con le altre parti prestando attenzioni ad evitare le parti molli del corpo , mentre la testa viene immobilizzata dall’apposito presidio fermacapo , e mantenuta ferma dal operatore vigile del fuoco fino a quando non e stato inserito e bloccato il fermacapo

Alcune raccomandazioni sull’operato del soccorritore , controllo sempre la tensione del ragno o cinghie prima di spostare la spinale , non permette la movimentazione verticale della vittima , non la si deve considerare una barella in quanto non dispone di protezione del ferito sulla laterale e da altri rischi .

I rischi che si corrono per aver posizionato male il ferito sono molti , come danni neurologici da spostamento della colonna e possibile scivolamento o spostamento del ferito sulla spinale .

Immobilizzare il traumatizzato

Il ferito viene sempre trattato come se avesse una lesione spinale e che quindi ogni suo movimento errato provocherebbe la paralisi se non che la morte , resta quindi fondamentale come si tratta il ferito , nei movimenti e nelle manovre da fare per poterlo immobilizzare rendendolo così trasportabile sopratutto quando e in stato di incoscienza.

Se il ferito e cosciente ed risponde ci sono alcuni semplici controlli che possono far capire la presenza di un trauma a livello spinale , come per esempio : dolore locale alla testa ,collo e dorso , formicoli ed intorpidimento delle estremità mani e piedi .Resta comunque indispensabile non sottovalutare il caso e procedere come da metodo anche se il ferito non riferisce nessun sintomo o perche si sottovaluta l’evento.

Il coordinamento fra i soccorritori

Il coordinamento tra i componenti dell’équipe durante le manovre d’immobilizzazione, raccolta e spostamento è la migliore garanzia per il mantenimento del corretto assetto testa-collo-torace. Affinché i gesti e le azioni siano coordinate occorre un addestramento costante da parte di tutti i componenti della squadra.
Quando su un’emergenza intervengono più persone SOLO UNA coordina e stabilisce le azioni da compiere su una vittima: questa persona viene detta TEAM LEADER (TL)
La decisione di chi svolgerà le funzioni di TL deve essere presa prima di arrivare sul luogo e, comunque, sempre prima di iniziare qualsiasi manovra sul ferito.
Il ruolo del Team Leader non s’improvvisa. Innanzitutto, il T.L. deve essere riconosciuto dalla squadra. Egli deve inoltre dare indicazioni sempre in maniera assertiva cioè, anche nel caso in cui debba correggere la manovra di un operatore, lo deve fare senza
bloccare l’intera operazione, ma “guidando” efficacemente l’operatore che sta sbagliando verso il recupero dell’errore. Solo in caso di errori gravi, che possono compromettere il risultato dell’intera manovra, egli dichiarerà un “Time Out”, farà fermare la manovra e, con calma, darà nuove indicazioni. Un buon TL deve riuscire anche a gestire la propria squadra dal punto di vista emotivo, intuendo per tempo eventuali crisi e
provvedendo in maniera preventiva. Deve, inoltre conoscere le caratteristiche fisiche e le abilità dei singoli operatori, assegnando ad essi i compiti più idonei in modo che, durante la manovra, ciascuno di loro possa dare il maggior contributo possibile.
La manovra d’immobilizzazione di un traumatizzato è estremamente importante e delicata: qualsiasi operazione compiuta con imperizia, fretta o superficialità da parte del
soccorritore potrebbe aggravare lesioni già esistenti o, peggio, provocarne altre.
E’ evidente, quindi, che non c’è spazio per l’improvvisazione e per tutto ciò che non sia rigorosamente rispettoso delle corrette procedure d’intervento. La rapidità di esecuzione è, invece, un importante valore aggiunto che l’équipe raggiunge con una ripartizione dei ruoli scrupolosa, un coordinamento efficace e con il costante addestramento alle manovre e all’uso dei dispositivi.

Tecnica di rimozione casco

E’ una manovra che deve essere eseguita da due soccorritori addestrati.
La mancanza di uno specifico addestramento rende questa manovra pericolosa per il rischio di movimenti eccessivi del rachide cervicale. Teniamo presente, oltretutto, che da studi eseguiti negli USA risultano più frequenti lesioni a carico delle prime vertebre cervicali in traumatizzati coinvolti in incidenti a dinamica maggiore, portatori di casco, ai quali questo è stato rimosso in modo scorretto.
D’altra parte i motivi per cui il casco va rimosso sono molteplici e vanno dalla necessità di eseguire corrette valutazioni sulla vittima, all’esigenza di effettuare manovre salvavita, alla doverosa applicazione del collare cervicale ed alla corretta
immobilizzazione per l’adeguato trasporto della vittima, tutte operazioni – queste – che sono rese difficili, se non addirittura impossibili, dalla presenza del casco.
La tecnica per eseguire correttamente questa manovra prevede che il primo soccorritore si ponga dietro la testa della vittima ed afferri lateralmente il casco e la mandibola, posizionando la testa in posizione neutra e mantenendola in asse afferrando
contemporaneamente con le dita la base ossea della mandibola. Se la vittima si presenta prona, deve prima essere messa in posizione supina mediante una manovra che vedremo successivamente e solo dopo tale rotazione si può procedere alla rimozione del casco. Il secondo soccorritore apre la visiera, parla con la vittima, controlla le vie aeree, rimuove eventualmente gli occhiali, slaccia e/o taglia la cinghia di fermo del casco. A questo punto, provvede a stabilizzare la testa afferrando con una mano la base della nuca e con l’altra chiude la bocca mettendo in contrasto la mandibola con la mascella: la responsabilità dell’immobilizzazione della testa e del tratto cervicale è in mano al secondo soccorritore. Il primo, comincia a sfilare il casco allargandolo il più possibile e
basculandolo leggermente in avanti in modo tale da assecondare la struttura anatomica della testa. Una volta tolto il casco, il primo soccorritore provvede all’immobilizzazione della testa in posizione neutra, liberando così il secondo soccorritore che applica il collare cervicale.

Ringraziamo i Volontari più esperti del distaccamento che si sono prestati a questo piccolo addestramento di importanza vitale .

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Corso TPSS

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Ecco parte dei nostri volontari alle prese con un altro corso molto importante , TPSS ovvero Tecniche di Primo Soccorso Sanitario

Qui Alcune informazione di Base del corso , ricordando che i vigili del fuoco sono professionalmente molto preparati

Nonostante che il progetto “Tecniche di Primo Soccorso Sanitario (TPSS)” applicate dai vigili del fuoco risponda ad uno standard superiore a quello richiesto dalle linee guida scentifiche internazionali di riferimento per il personale soccorritore non sanitario dei servizi tecnici di urgenze ed emergenza e che, anche per la parte inerente all’uso del defibrillatore semiautomatico esterno, le procedure siano identiche a quelle disposte dalla maggior parte delle centrali operative 118, l’impiego operativo del defibrillatore semiautomatico esterno da parte del personale VV.F. su personale civile non appartenente al corpo nazionale dei vigili del fuoco, deve essere autorizzato dall’autorità sanitaria competente per territorio, in accordo con quanto disposto dalla legge n. 120/2001 e successive modificazioni ed integrazioni. Resta dominante comunque la condizione del pericolo di vita (art.583 C.P.) che associata all’altra condizione di stato di necessità (art. 54 C.P.) determinano l’impunibilità nei casi del personale qualificato dei vigili del fuoco che si trovino in condizioni d’urgenza ad essere costretti dalla necessità ad attuare le manovre di rianimazione con utilizzo del DAE per evitare l’incombenza di un danno grave per la persona da soccorrere 

1. Sostegno di base delle funzioni vitali nell’adulto:BLS
(Basic Life Support) e PBLS (Pediatric Basic Life
Support) nel bambino;
2. Utilizzo dell’apparecchio Defibrillatore semiAutomatico
Esterno (DAE) nell’adulto e nel bambino;
3. Sostegno di base delle funzioni vitali nella vittima
lattante: PBLS (Pediatric Basic Life Support);
4. Supporto vitale di base nella vittima di dinamica
traumatica;
5. Gestione dello scenario d’intervento sanitario ed
approccio relazionale alle vittime ed alle persone
coinvolte;
6. Principi di organizzazione dei soccorsi in caso di macro
emergenze;
7. Trattamento base di lesioni
traumatiche:ferite,ustioni,fratture;
8. Igiene e profilassi.

SUPPORTO DI BASE DELLE FUNZIONI VITALI (Basic Life Support)

Lo scopo del BLS (Basic Life Support = Supporto di Base delle Funzioni Vitali) è quello di riconoscere prontamente una situazione di emergenza, allertare correttamente il soccorso sanitario e intervenire precocemente, con manovre corrette, finalizzate al sostegno delle funzioni vitali per garantire la possibilità di sopravvivenza della vittima dell’evento. L’intervento con le manovre di Rianimazione Cardiopolmonare (RCP) – se necessario – ha come obiettivo quello di evitare il danno anossico cerebrale, ovvero la morte per mancanza di ossigeno delle cellule di cui è composto il cervello le quali, una volta danneggiate, non assolvono più alla loro funzione. Il danno anossico cerebrale si instaura su soggetti in cui siano compromesse o mancanti le funzioni vitali, cioè:
la coscienza
il respiro
il circolo
L’intervento con le manovre di rianimazione cardiopolmonare di base (RCP), è finalizzato al mantenimento dell’ossigenazione del soggetto, fino all’arrivo del soccorso sanitario avanzato (ALS), intendendo con questo termine le tecniche e le terapie applicate da una équipe di soccorso comprendente personale sanitario professionista (medico e/oinfermiere).

DANNO ANOSSICO CEREBRALE

Quando il cuore si arresta, indipendentemente dalla causa dell’arresto, non è più in grado di contrarsi e, di conseguenza, di fare circolare il sangue nei vasi sanguigni, cioè nelle arterie e nelle vene (assenza di circolo). Accade anche a volte che il cuore continui a svolgere la sua attività di pompa, ma la vittima non abbia un respiro spontaneo. In questo caso il sangue mandato in circolo dal cuore, privo come è di ossigeno non permette la sopravvivenza degli organi vitali. L’ossigeno in queste circostanze non raggiunge più gli organi.

 

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