Coronavirus COVID-19

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Covid-19

Fortunatamente la comunità scientifica si è attivata prontamente di fronte alla nuova epidemia, ed esistono già quindi moltissimi dati che aiutano a comprendere gli effetti dell’infezione da Sars-Cov-2. I Centri per il controllo delle malattie cines hanno pubblicato pochi giorni fa il più ampio studio disponibile sull’epidemia, basato su oltre 72mila casi registrati in Cina. E quel che ci dice è che nella stragrande maggioranza dei casi è paragonabile come severità ad una banale sindrome influenzale: l’81% dei pazienti noti in Cina ha sviluppato una malattie lieve, senza polmonite o al più con una in forma lieve, il 14% ha sviluppato sintomi severi, che non mettono comunque a rischio la vita, e solo il 5% ha sofferto invece di una sintomatologia critica, che ha reso necessario il ricovero in terapia intensiva. I morti sono stati registrati solamente in quest’ultimo gruppo di pazienti, con un 49% dei casi critici conclusosi con un decesso, avvenuto principalmente per due cause: polmonite o stepsi.

A rendere particolarmente insidioso Sars-Cov-2 è infatti la capacità di causare facilmente la polmonite, cioè un’infiammazione degli alveoli polmonari che complica la respirazione fino ad arrivare (nei casi più gravi) a comprometterla del tutto. “Il virus replica nelle cellule delle mucose delle vie respiratorie e ne determina la morte per citolisi”, spiega a Wired Massimo Andreoni, direttore scientifico della società italiana di malattie infettive e tropicali Simit. “È questa azione nociva a determinare i sintomi: l’infezione inizia dalle vie respiratorie superiori determinando una rinite, e poi può scendere progressivamente più in profondità provocando faringiti, bronchiti, ed eventualmente anche polmoniti quando raggiunge i polmoni. La sepsi avviene invece in presenza di sovrainfezioni batteriche, solitamente in pazienti con uno stato di salute già compromesso dall’età o da patologie preesistenti”.

Le polmoniti causate da Covid-19 sono quindi principalmente di origine virale, ed è questo a complicare le cose. Nel caso di una polmonite batterica, legata a patogeni come lo pneumococco, i medici hanno a disposizione gli antibiotici per aiutare il paziente a sconfiggere l’infezione. Per il coronavirus invece non esistono antivirali specifici (al momento se ne stanno sperimentando diversi, ma mancano dati definitivi di efficacia). “I pazienti gravi vengono sottoposti a ventilazione meccanica, in modo da aiutarli a respirare nelle fasi più acute della malattia – sottolinea Andreoni – ma in assenza di farmaci efficaci contro il virus non si può fare altro che aspettare che l’organismo sconfigga autonomamente l’infezione. E purtroppo quando questo non avviene i pazienti muoiono per insufficienza respiratoria”.

Rischi molto bassi per una persona in salute

I pericoli dunque sono collegati direttamente allo stato di salute dei pazienti. Ormai è chiaro, infatti, che i morti si contano principalmente tra anziani e persone con malattie croniche: la letalità del virus (intesa come percentuale di decessi tra i casi noti) è infatti pari all’8% tra i 70 e i 79 anni, al 14,8% dagli 80 anni in poi, al 10,5% per pazienti con patologie cardiovascolari7,3% tra i diabetici6,3% in presenza di patologie respiratorie croniche6% per ipertensione5,6% tra i pazienti oncologici. Tanti numeri, per dire che una persona in salute corre rischi veramente minimi: la letalità assoluta per ora si assesta attorno al 2,3% (i dati ormai hanno qualche giorno), ma i numeri sono probabilmente viziati dalla presenza di un elevata percentuale di infezioni che non arrivano all’attenzione dei sistemi sanitari per via dei sintomi troppo lievi, e non vengono quindi conteggiate.

Se infatti nella provincia di Hubei, centro dell’epidemia cinese e quindi anche luogo dove si concentrano le infezioni, la letalità del virus è circadel 2,9%, nel resto della Cina il numero scende ad un ben più misero 0,4%. Cosa significa? Una possibile lettura è che nell’epicentro dell’epidemia, dove è ormai difficilissimo testare tutti i sospetti, il numero di infezioni sia molto superiore a quelle accertate e quindi la letalità (che si calcola sui casi accertati) risulti estremamente sovrastimanta, rispetto a un dato reale più vicino a quello registrato nel resto della Cina e del mondo.

Per mettere i numeri in prospettiva può aiutare un confronto con l’influenza. Un paragone scorretto sotto molti punti di vista, che può però aiutare a comprendere perché non bisogna preoccuparsi eccessivamente per la propria vita. Si sente spesso citare come indice di letalità dell’influenza una percentuale bassissima, dell’ordine dello 0,1-0,03%, ma bisogna ricordare che si tratta di stime fatte nella consapevolezza che la maggioranza dei contagi non viene registrato dai sistemi sanitari. Guardando al numero di persone che muore dopo essere stata ricoverata in ospedale, le percentuali sono molto diverse: uno studio svolto guadando agli accessi negli ospedali australiani ha calcolato ad esempio un indice di letalità per l’influenza del 2,3% nei pazienti ricoverati senza polmonite, e del 10% per quelli che sviluppano una polmonite. Numeri ben più vicini a quelli registrati attualmente per il coronavirus.

È molto probabile che i dati disponibili ci stiano portando a sovrastimare la letalità del coronavirus – conferma Andreoni – come per l’influenza i casi che arrivano in ospedale sono solamente quelli più gravi, e quando avremo a disposizione un quadro epidemiologico più completo è plausibile che anche per Covid-19 emerga un rischio individuale sovrapponibile a quello delle influenze stagionali. Questo da un lato non deve consolarci troppo, perché l’influenza è una malattia che uccide migliaia di persone ogni anno. Ma al contempo, aiuta a capire che non è il caso di farsi prendere dal panico”.

I pericoli di Covid-19

Se i pericoli per le persone in salute sono quasi trascurabili, questo non vuol dire che il virus deve essere preso sotto gamba. Dobbiamo ricordarci che anche uno 0,4% di mortalità può provocare un alto numero di decessi se la popolazione degli infetti è abbastanza ampia. E Sars-Cov-2 al momento ha dimostrato di essere un virus estremamente infettivo: in meno di un mese l’epidemia è passata da un problema locale a un pericolo che ha messo in ginocchio il sistema sanitario dell’intera Cina, raggiungendo quasi 78mila contagi confermati in quasi tutte le province del paese.

Se la velocità del contagio si rivelerà simile anche da noi, quello che rischiamo è non solo di trovarci con un conto salato sul piano dei decessi, ma soprattutto di trovarci a testare seriamente la tenuta del nostro sistema sanitario, in termini di risorse e personale. È soprattutto in questo senso che, come dicevamo, è scorretto paragonare Covid-19 e influenza: i virus influenzali sono nemici che conosciamo bene, contro cui possediamo vaccini e farmaci efficaci, e per i quali il nostro sistema sanitario è più che preparato. Covid-19 è una malattia ancora misteriosa sotto molti punti di vista, contro cui non esistono ancora armi specifiche, e capace di causare sintomatologie importanti come la polmonite, che possono richiedere il ricovero ospedaliero. È proprio per questo che il rischio di un’epidemia in Italia deve essere gestito con calma e serietà, a tutti i livelli: senza farsi prendere dal panico, e con uno sforzo coordinato che permetta di limitare al minimo i contagi, e soprattutto di tamponare i danni che Covid-19 provocherà inevitabilmente ai conti, già dissestati, del nostro paese.

Articolo di Simone Valesini , Giornalista WIRED.IT

Per chi volesse informazioni su Massimo Andreoni un curriculum di tutto rispetto :

http://directory.uniroma2.it/index.php/schede/getCV/3462

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